SOLO PER I CIALTRONI: DAVID HOCKNEY IN 5 PAROLE
Come fingere di conoscere Hockney senza averne mai sentito parlare. La guida per veri cialtroni, per sopravvivere 15 minuti nelle conversazioni più cool della stagione
Due giorni che Sir David ha lasciato questo mondo, due giorni in cui la sua anima non ha pace: fra commemorazioni e necrologi, “io lo conoscevo bene” e “quella volta che”, tutti hanno qualcosa da dire su di lui, sulla sua arte, sulla sia visione. E se siete fra quelli che finora hanno annuito convinti, cercando disperatamente qualcosa da dire che non fosse “Hockney chi?” eccovi il salvagente, nelle solite 5 parole (stavolta commosse, ma vabbé: passerà)
OMOSESSUALITÀ
Non è un tema, non è una bandiera: è così connaturata alla vita che Hockney dipinge da finire dritta nel calderone dei fraintendimenti. La famiglia è metodista, il moralismo si beve con il tè delle cinque ma fino a un certo punto: il padre va alle marce per la pace, la madre è vegetariana convinta ed entrambi sostengono il talento del loro enfant prodige. Londra fiuta subito l’odore dell’artista eccentrico e la Royal College of Art gli offre i palcoscenici che merita: a 24 anni David è la star della scuola, le mostre sono successi annunciati, le quotazioni schizzano e anche se l’omosessualità, nei polverosi codici del Regno, sarà ancora reato fino al 1967, non è più uno stigma automatico, una messa al bando.
Le prime opere sono già apertamente — o quasi — omoerotiche: Doll Boy, dove dichiara la passione per Cliff Richard, i Love Paintings ispirati a Whitman, We Two Boys Together Clinging e molti altri. Ma attenzione: Hockney non è un temperamento trasgressivo, non è un attivista dei diritti. Rifugge i conflitti, insegue uno stile di vita da un uomo tranquillo, perché tranquillo lo è, per carattere, e perché, chissà, forse l’educazione metodista ogni tanto fa anche cose buone. Quando nel 1963 vola in California per una commissione se ne innamora a tal punto che non torna più. Non perché scappi dalla repressione britannica, ma perché la California è esteticamente, sensorialmente, visceralmente tutto quello che Bradford, la sua città natale, non era: luce, colore, libertà, cielo senza nuvole. Se poi potrà vivere meglio anche la sua sessualità, tanto meglio: ma è un tassello, non l’intero mosaico.
Siete freschi di necrologi? Giocatevelo subito: Jonathan Jones, sul Guardian, definisce Hockney “insouciantly subversive”, un sovversivo per noncuranza, non per ideologia. È il gol a freddo, al primo minuto: li lasciate tramortiti fino al grido liberatorio che vi invita ad andare a tavola. E se poi azzeccate la pronuncia, potete anche risparmiarvi di arrivare in fondo a questa guida. Gioite, avete vinto.
Se però trovate quello che cerca il pareggio, ecco cosa schierare in difesa:
Il Sexual Offences Act che depenalizza l’omosessualità maschile in Inghilterra e Galles è del 1967. In Scozia arriverà nel 1980, in Irlanda del Nord nel 1982.
L’omosessualità femminile non venne mai criminalizzata perché non venne mai presa seriamente in considerazione. Se volete vincere facile, aggiungete il dettaglio leggendario della Regina Vittoria che rifiuta di firmare una legge in materia, scandalizzatissima all’idea che potesse esistere “una cosa del genere”. Tutti lo raccontano, nessuno ci crede davvero — e a questo punto avete segnato anche il secondo gol.
Se poi volete proprio umiliare l’avversario, eccovi la parola successiva
FIGURATIVO
Quando, nel 1959, Hockney arriva alla RCA, il figurativo è roba vecchia. Il nuovo che avanza è l’astrazione: per essere cool devi poterti appiccicare addosso l’etichetta di espressionismo astratto americano, Pollock e De Kooning su tutti. Scegliere la strada della leggibilità immediata, tornare a dipingere figure, corpi, stanze, rischia di sembrare roba da boomer, da sfigati che non sanno stare al passo coi tempi. Ma è David Hockney, bellezza: da subito non fa nulla per caso. E i critici lo sanno benissimo.
Dietro le sue figure, la costruzione degli spazi, la leggibilità della tavolozza c’è la conoscenza profonda di tutta la storia della pittura occidentale, dai Fiamminghi a Picasso, da Piero della Francesca a Cézanne. La sua è una scelta consapevole, in direzione ostinata e contraria, rispetto a un panorama inglese che non riesce ancora a scrollarsi di dosso la cupezza del dopoguerra: un realismo depresso che dipinge tessere annonarie, lavandini, il grigiore quotidiano di una nazione che ha paura a lasciarsi tutto alle spalle. È questo che Hockney ha in mente quando inonda i quadri di luce: non è frivolezza, non è mancanza di mezzi. È una dichiarazione di poetica, bella e buona.
Se ci sono le figure, è tutto più rilassante, ma guai a dirlo. Analogamente, astenetevi dal ricordare che anche la serranda del vostro garage sembrava un Pollock, dopo che siete inciampati mentre sistemavate le latte di vernice, o dal fare confronti fra i De Kooning e gli scarabocchi di vostro figlio al nido. Il male assoluto è “potevo farlo anch’io”.
Sempre per restare nella comfort zone, qui ci starebbe bene un accenno alla Pop Art, perché Warhol lo conoscono tutti, anche voi (vero che lo conoscete, sì?) e la scommessa facile è che qualcuno butterà lì il confronto. Naturalmente, non è il caso di spiegare che l’uno smonta e l’altro celebra, che Warhol mira a rappresentare il vuoto del mondo che ci circonda e Hockney la sua bellezza. Limitatevi a dire che “Hockney è il Matisse della Pop Art” e godetevi l’ammutolimento che verrà. È il terzo gol, la vittoria è in saccoccia
PISCINE
Sono il suo manifesto di estetica, e trovano il culmine in A Bigger Splash, l’opera che racconta al mondo chi è David Hockney e chi sarà, fino all’ultimo giorno. Qui c’è tutto quello che, in diversa misura, ritroveremo nel resto: la luce, la joie de vivre, il desiderio, la sensualità. Il mezzo che si fa espressione, la forma che si fa riflessione, l’assenza che si fa presenza. A Bigger Splash non è un semplice tuffo in piscina: è l’attimo fuggente, lo schizzo d’acqua che resta come unica traccia di una presenza, di un’atmosfera, di un’emozione. Hockney dipinge quello che non si vede e, mentre lo fa, ne crea la memoria.
Se state pensando “belin, ma è solo una piscina”, vedete di tacere. E pensate, semmai, che una di queste tele (Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) è stata venduta a un privato, nel 2018, per 90 milioni di dollari. E se state mentalmente calcolando quante piscine vi fareste costruire voi, nel condominio della multiproprietà all’isola d’Elba, con quella cifra, ecco: tacete di nuovo.
Qualcosa però va detta, per mantenere il vantaggio, perché è l’opera più famosa e dopo gli exploit ai punti precedenti magari la platea si aspetta un commento all’altezza. Potete scegliere fra il paradosso della realizzazione (Hockney impiegò due settimane per dipingere lo schizzo d’acqua e solo pochi giorni per tutto il resto), la nota tecnica (l’artificialità del colore acrilico per catturare l’essenza di un mondo superficiale), il tempo sospeso, l’assenza, il Dreaming California. Magari evitate il paragone di Hockney coi Dik Dik, ecco, e andrà di nuovo tutto bene.
COLORE
Un mezzo e un fine, nello stesso tempo: il colore è la costruzione di un mondo possibile, e la California gli offre l’alibi perfetto. Piscine di un blu innaturale, prati verde evidenziatore, case rosa bubblegum, cieli di un azzurro da Instagram prima di Instagram: Hockney parte da qui e spinge tutto un po’ più in là, sulla soglia fra il credibile e l’incredibile, il naturale e l’artificiale. L’acrilico è il suo alleato più fedele: non ha il respiro lento e profondo dell’olio, ma una brillantezza immediata, quasi plastificata, perfetta per un immaginario di vetrate, piastrelle, plastica, piscine, persiane, linee nette. Il colore diventerà una firma costantemente riconoscibile, anche quando ai cieli blu della California si sostituiranno i verdi profondi della Normandia e i toni accesi, quasi allucinati, dello Yorkshire. Cambiano i paesaggi, cambia il tempo che attraversa i quadri, ma il colore resta il veicolo di una stessa ostinazione: la felicità sospesa fra desiderio e conquista in California, la bellezza della natura come atto di resistenza in Normandia, l’arte come memoria ferita, che però non rinuncia alla luce, nello Yorkshire.
Partiamo dai fondamentali: la California è negli Stati Uniti, in basso a sinistra. La Normandia è nel nord della Francia (sì, è quella dello sbarco), lo Yorkshire (si pronuncia “york-sceer”, con la i) è dove hanno girato Cime Tempestose, quello con Margot Robbie e Jacob Elordi. Questa è l’autostrada per uscirne vivi.
Se avete toppato l’uscita, mi raccomando: il “respiro lento e profondo dell’olio” non si riferisce all’ultima etichetta dell’extravergine che avete messo nel carrello e no, la filippica contro il fast fashion e i tessuti acrilici che avete sentito su Tik Tok, meglio lasciarla su Tik Tok.
SGUARDO
Hockney non dipinge il mondo: indaga come il mondo viene visto. E parte da un assioma fulminante: la prospettiva rinascimentale è il punto di vista di un ciclope paralizzato per un istante. Un solo occhio, un solo momento, un solo punto di fuga: comodo per costruire quadri, molto meno per raccontare come vediamo davvero. Noi vediamo con due occhi che si muovono nello spazio e nel tempo, che aggiustano, che ricordano, che anticipano. Che la prospettiva sia un artificio e non un dogma lo hanno già detto Cézanne, Panofsky, Picasso: lui è solo una voce che si aggiunge al coro, ma lo fa con un’immagine che non si dimentica più. Da qui in poi fa di testa sua. Con Secret Knowledge, il suo trattato sulla pittura dei grandi maestri, difende con ostinazione l’ipotesi che usassero lenti e camere oscure per le loro composizioni. Nel mezzo arrivano i joiner, decine di Polaroid assemblate per catturare non un momento congelato ma una sequenza di sguardi, il tempo e il movimento della visione reale. Infine la tecnologia, dalla camera lucida all’iPad: mezzi contemporanei per un’ossessione antica, come riprodurre l’esperienza della visione.
È un cardine della sua estetica, il tema che ritorna più spesso, a tratti una vera fissazione. Tanto che, nell’obituary sul Guardian, Jonathan Jones lo saluta come colui che “cambiò il mondo semplicemente osservandolo” (he changed the world just by looking at it). E no, non è un’iperbole.
Se foste in un film, sulla chiusa ad effetto ci si sposterebbe in sala da pranzo (“Non è un’iperbole”, detto con tono greve, meditabondo, poco più che sussurrato e poi, dal fondo, “è prontoooooooo”, in stile “mo’ ti risveglio il morto”). Ma siccome i 15 minuti non sono ancora finiti e il blasone della vostra cialtronaggine corre il rischio di venire offuscato, eccovi le ultime cartucce, da giocarvi con la più disinvolta faccia tosta:
Panofsky non è il famoso caffè di Firenze, i bei tempi del Cézanne solo se siete di Genova, Secret Knowledge non è la versione britannica di Novella 2000. Picasso lo diamo per scontato, a patto che ve la caviate con un’ammissione di grandezza e non con un “chissà cosa si faceva per vedere le cose in quel modo lì”.
Infine, il Ciclope non è Polifemo. Lo so che avete visto la serie, lo so. Ma non è il caso che lo sappiano anche gli altri.
FASHION
L’ultima parola ve la regalo — ed è FASHION. Perché Hockney è stato, suo malgrado, anche un’icona di stile: gli occhiali colorati, le magliette da rugby, i capelli tinti di biondo dopo una pubblicità in cui si asseriva che “le bionde si divertono di più”, fino al paio di Crocs gialle indossate con un completo di tweed al pranzo con re Carlo per il conferimento dell’Ordine al Merito. Un tocco di colore in una platea per il resto obbediente al dress code che, invece di irritare il sovrano, gli strappa un complimento sincero per quelle calzature “beautifully chosen”, ricordate anche ieri nel suo discorso in onore dell’artista: “he wore his genius as lightly as those beloved yellow Crocs of his that helped brighten Palace occasions” (indossava il suo genio con la stessa leggerezza delle sue amate Crocs gialle che contribuivano ad allietare i ricevimenti a palazzo).
Mancherai, Sir David. Non sai quanto.








Grazie sempre 🙏
Bellissimo !!